Pagina:Il Vendemmiatore e La Priapea.djvu/40

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32 IL VENDEMMIATORE

LXXXVII.


    Il meglio io non ho visto, or veggolo: Ecco
Tra vaghe giovini orrido vecchione;
Arbor che sei dalla radice secco,
692Qual follía tra le fiamme oggi ti pone?
Tornati al chiuso ovil, tornati, becco:
Non tornar nò; va pur: Non è ragione,
Quando all’aprir del dì la mandra s’apre,
696Che vadan senza un becco tante capre.

LXXXVIII.


    Che gatto è quel, che a guisa di monile,
Hai sul candido collo, o donna, attorto?
Or non ischifi tu cosa gentile,
700Al bel viso appressar cuojo di morto?
Gitta, onorata man cosa sì vile,
Prendi un vivo animal che meco porto;
Ch’ha sì bel pelo, e pelle sì leggiadra,
704Che ogni gran donna ne sarebbe ladra.

LXXXIX.


    Ha l’animal ch’io porto quì rinchiuso
Più caldo il tatto, e più soave il pelo,
E mostra ben che ’l destinò quaggiuso
708A servir donne, e non ad altro il cielo:
È sempre bello in vista, e buono ad uso,
O regnin l’uve, o i fiori, o ’l caldo, o ’l gelo:
Nè temer, se ben muor, che mai si lasce,
712Che quante volte muor, tante rinasce.