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70 IL BUON CUORE


ottantun’anni, poteva cantare l’augurale Nunc dimittis del servo buono e fedele: lume salutare di santa vita religiosa — sessantasei anni di professione claustrale, lume di lavoro ininterrotto e di dura meravigliosa conquista. I dieci volumi della Storia della marineria pontificia, il Vocabolario marino militare, bastavano a rendere lieta l’anima di lui, pure dell’umana onesta letizia che all’operaio fedele al compito suo, è dono, d’ogni dono migliore.


Una storia gloriosa.

E bene si conveniva, attorno alla sua bara, l’omaggio congiunto delle milizie gloriose: alle bianche lane dei predicatori di Guzman, messaggeri mai vinti di verità, la spada breve e il remo maneggevole dei forti soldati del mare: i silenzi operosi della cella claustrale e gli alti silenzi dell’oceano senza sponda; le vie lunghe e salienti dell’anima, alle quali luce è il cielo e meta l’aurora; e le vie del mare, alle quali signore invisibile e presente è il vento, e traccia indefettibile, le stelle.

La segreta e misteriosa congiunzione di due mondi di due leggi, il mondo e le leggi del mare, il mondo le leggi dell’anima, cui pelago è la vita e nocchiero divino — in ogni vespero e in ogni tempesta — Cristo, dovette apparire limpida ed imperiosa ad Alberto Guglielmotti giovinetto, quando vedeva intrecciate le storie della sua fede ardente con quella dei suoi padri marinai: a casa i ricordi e le memorie dei figli di sua gente che avevano imbracciato il remo e solcato, verso oriente, il porto di Roma, Civitavecchia; in chiesa, nella chiesa prediletta della sua fanciullezza, Santa Maria, i trofei rossi e d’aro di cento bandiere strappate al nemico e custodi dell’immagine sacra alla verace Regina di ogni vittoria e custodi delle insegne nemiche, i frati domenicani. Solo il mare deserto: della squadra gloriosa nella quale tanti Guglielmotti avevano combattuto. Michele, Pier Domenico, Gian Gaspare, Francesco Maria, Biagio — non un legno, non un’ancora: tutto era stato inabissato, disperso in pochi anni di imperialismo napoleonico e di malgoverno cittadino; dalla guerra d’Egitto non erano neanche tornati i superstiti, gli scampati alla morte: le navi di Roma che avevano trovato, sempre, sull’azzurro d’ogni mare, la via sicura delle vittorie, s’erano fiaccate, errando, sul giorno tristissimo: il mare aveva spezzato la traccia diritta del loro solco secolare risparmiando alla patria lo strazio dell’ultimo ritorno.

Restavano solo poche anime fiere e piangenti: i veterani dalle imprese non più recenti, vecchi pescatori, vecchi uomini di mare, vecchi uomini di Chiesa, ai quali il ricordo delle ultime vittorie era nel dolore grandissimo, gioia ed orgoglio; ed i vecchi rivivevano le corse superbe intrecciate a vessillo spiegato, sulle acque di Candia, di Cirene, del Bosforo fecondo e alle estreme visioni di vittoria aprivano ancora — luce e tomba gli stanchi occhi presaghi.

E nel mistero delle loro lacrime tutto, quasi tutto, sarebbe rimasto sepolto; essi erano gli ultimi gettoni di una tradizione tenuta sempre desta e sempre viva; eran gli ultimi figli di una famiglia grande di naviga-
tori che aveva solcato i secoli, come i mari, che aveva alimentato da Ostia a Lepanto, da Lepanto a Corfù una storia organica ed ininterrotta di conquista e di dominio; la morte di quegli ultimi superstiti avrebbe segnato l’estinguimento di tanta bella e vitale vicenda: la storia si sarebbe spezzata nei segni frammentari degli archivi, delle pietre disperse, delle monete concise, ed anche perduto l’affiato di vita che essa ritrova nell’anima di coloro che l’hanno vissuta, e che la notizia documentaria tramutata nel mito drammatico e la storia in poema.

Ad Alberto Guglielmotti era dato di raccogliere, in compiute fila, questa mirabile vicenda secolare prossima all’estinguimento, e di raccoglierla nelle pagine immortali, di una delle più geniali e più vivaci storie che ci abbia dato il secolo passato: a lui era negata la milizia degli avi, non però la via secolare dei mari; a lui la giubba smagliante dei capitani romani, la croce d’argento dei balì di Malta; non però il cingolo di una disciplina più alta, che il cuore di marinaro serbasse forte e gli occhi esperti al viaggio sublime. Rinnovò, così, l’antico costume generoso e, come i cavalieri d’un tempo rifacevano monaci peregrinanti, le vie delle loro gesta, egli, figlio di marinai e marinaio, battè frate di pace su vascelli di guerra, i flutti battuti dai suoi maggiori.

(Continua).

Religione


Vangelo della seconda domenica di Quaresima


Testo del Vangelo.

Il Signore Gesù venne nella città di Samaria, che è detta Sichar, vicino alla tenuta che diede Giacobbe al suo figliuolo Giuseppe. E quivi era il pozzo di Giacobbe. Onde Gesù stanco del viaggio si pose così a sedere sul pozzo. Ed era circa l’ora sesta. Piene una donna Samaritana ad attinger acqua, Gesù le dice: Dammi da bere. (Imperocchè i suoi discepoli erano andati in città per comperare da mangiare). Rispose adunque la donna Samaritana: Come mai tu essendo Giudeo, chiedi da bere a me che sono Samaritana? Imperocchè non hanno comunione i Giudei coi Samaritani. Rispose Gesù, dissele: Se tu conoscessi il dono di Dio, e chi è colui che ti dice: Dammi da bere, tu ne avresti forse chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato di un’acqua viva. Dissegli la donna: Signore, tu non hai con che attingere, il ponzo è profondo: in che modo adunque hai tu quell’acqua viva? Sei tu forse da più di Giacobbe nostro padre, il quale diede a noi questo pozzo, donde bevve esso e i suoi figliuoli e il suo bestiame? Rispose Gesù, disse: Ognuno, che bevve di quest’acqua avrà sete novellamente: chi poi berrà di quell’acqua, che gli darò io, non avrà più sete in eterno: ma l’acqua che io gli darò, diventerà in esso fontana di acqua che zampillerà sino alla vita eterna. Dissegli la donna: Signore, dammi di quest’acqua, affinché io non abbia mai sete, nè abbia a venir qua per attingere. Le disse Gesù: Va, chiama tuo marito, e ritorna qua. Risposegli la donna, e dissegli: Non ho marito. E Gesù le rispose: Hai detto bene: Non ho marito. Imperocchè cinque mariti hai avuti, e quello che hai adesso non è tuo marito: in que-