Pagina:Il diavolo.djvu/326

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318 Capitolo undecimo

in aria, una moltitudine di anime; ed ogni volta che traeva a sè il fiato, il serpente ingozzava di quelle anime, non altrimenti che se fossero mosche, e quando emetteva il fiato, le vomitava accese a guisa di faville. I sacrileghi bollivano in un lago di metallo liquefatto, le cui onde si agitavano crepitando; in un altro lago, formato d’acqua sulfurea, pieno di serpenti e di scorpioni, annegavano in perpetuo i traditori e i falsi testimoni. I ladri e i rapinatori erano legati con gran catene di ferro arroventate, e loro pendevano dal collo gravi pesi, similmente di ferro.


Ma di quante descrizioni dell’inferno ci tramandò il medio evo, la più terribile, quella in cui più grandeggia la poesia dell’orrore, e in cui è maggior dispendio di fantasia inventiva, è la descrizione che si legge nella Visione di Tundalo, ricordata più sopra. Sfuggita dalle mani d’infiniti demoni, l’anima di Tundalo, guidata da un angelo luminoso, giunse, attraverso fittissime tenebre, in una orribil valle, piena di carboni ardenti, e coperchiata da un cielo di ferro arroventato dello spessor di sei cubiti. Su