Pagina:Il diavolo.djvu/430

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422 Capitolo decimoquarto

seri mitologici benigni, come gnomi, elfi, silfi; ma il concetto di un diavolo così fatto, anzi di un diavolo che potesse ravvedersi e redimersi, doveva sorgere spontaneamente negli animi, senza bisogno di suggestioni derivate di lontano.

Nel secondo e nel terzo secolo dopo Cristo, Giustino, Clemente Alessandrino e il grande Origene ammisero come possibile, o a dirittura come necessario, il ravvedimento del diavolo; Didimo di Alessandria e Gregorio di Nissa professarono nel IV la stessa opinione. Ma la opinione contraria, che cioè il diavolo non potesse pentirsi, e che la dannazione sua fosse eterna e irreparabile, prevalse, e dal sesto secolo in poi fu considerata come la sola ortodossa. Nel medio evo la eretica dottrina non è più sostenuta che da Scoto Erigena, e sant’Anselmo la combatte ad oltranza; san Tommaso, lume della teologia, nega recisamente che il diavolo possa diventar migliore. Nella Vita di san Martino, scritta da Venanzio Fortunato nel sesto secolo, si dice che il diavolo, se potesse pentirsi, sarebbe salvo; ma ciò che si negava appunto era la possibilità del pentimento in lui, e per negare