Pagina:Il mio Carso.djvu/102

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scinta dalla finestra contro il suo bambino: ― Ah, porco! Dove te xe fiolduncàn?! ‘Speta che te guanto mi, mulo! Cori, Paulin! Che dio te maledissi in tel anima, porco de mulo! ‘Speta mi, co’ te vien a magnar! ― Tutto il giorno. Alle diciannove e mezza una moglie alza lo sportello della finestra e con una piccola in collo aspetta il marito che viene a passi brevi, giocando col bastoncello. Ogni sera. La notte passano comitive di ragazzoni cantando l’inno della Lega o dei Lavoratori. All’alba i muratori camminano battendo con i loro tacchi di legno, e la donna apre le imposte e chiama il suo figliolo, chè è ora di scuola.


Usciamo, perchè qui non si può più stare. Andavo nel bosco di Melara. Traversavo i prati e mi godevo del sussurro dei piedi fra l’erba già alta, camminando lentamente, un po’ curvo, a capo scoperto, sotto il sole, come chi va spiando da piccole tracce e piccoli strepiti una cosa che s’allontana cautamente.

Tutte le carnose papilionacee, rosse, gialle, screziate, sono in fiore. Le foglie delle querce s’inturgidiscono di succo, e i ginepri sono più coccole che aghi: coccole verdognole, lisce, fresche come gocce marine. I tronchi dei platani si spellano, e all’annodatura i primi rami sono gonfi di muscoli crespi come braccia di forti creature. L’erba dai prati s’allarga sulla strada maestra.

Dolce principio d’estate in cui tutto è vivo. Io sento d’intorno a me la sicurezza meravigliosa della vita che s’eterna. Cede la primavera benignamente, con piovere di