Pagina:Il mio Carso.djvu/118

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La notte ella balzava dal letto e spalancando la finestra avrebbe voluto star sola col vento nella sua angoscia. Guardava le scure masse del carso diffondersi davanti a lei, ― ma laggiù per le strade camminano, cianciano e si fermano per discutere di politica e d’affari quelli che camminavano e si fermavano lì, sotto la sua casa, quelle notti.

― Si sdraia accanto alla moglie grassa. ― Sogna che venti giovanotti elegantissimi le si accalcano intorno ammirati del suo cappello nuovo. ― S’inquieta perchè non seppe vendere quelle casse d’agrumi. ― Pensa che finalmente le vacanze universitarie son finite, e si ritorna a Vienna. ― Chissà perchè la sorella ha guardato così fisso quell’uomo? ― Bisogna che tu sia più cortese con lui.

Questa è la vita che esigeva il suo sorriso. Ella doveva esser allegra. Ella aveva tutto. C’era uno perfino che studiava i segni di lapis sui libri ch’ella leggeva, e sapeva tutte le strade dove passava ogni giorno. Tutto ella aveva. E si ammazzò.

Ah! ― È lucido il mio coltello, natura! Gli occhi vi si specchiano come in volto fraterno. La sua lama è pura di macchia come punta di piccone. Acciaio di Solingen, manico di corno, serramanico durissimo. Fedele e vigile compagno delle mie notti, ficcato dritto nella terra accanto alla mano destra. Silenzioso e sicuro. Io chiesi un temperino a un’amica; essa mi portò questo quindici centimetri di acciaio. Silenzioso s’arrotò sui rami e sui tronchi. Ora ride di freddo e di tormento. Silenzioso vuoi riscaldarti? Tu mi bruci le labbra dal freddo.

Ricordi quella notte? Era caldo, no, dentro la faina? Come la infiggemmo! Sussultava torgendosi rotta come