Pagina:Il mio Carso.djvu/70

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Voglio oscura la camera. Non filtri il sole dagli scuretti. Io sono sdraiato bocconi sul letto, immobile, e non penso.

Non soffro. Nell’oscurità dilaga una noia infinita, e io sto dimentico, intravedendo con disgusto gli scaffali dei libri sulla parete di faccia.

Ho letto, ho guardato dalla finestra, ho fumato: inutile ritentare. Non ho voglia di niente, e la camera è fredda.

Sento stridere bimbi in strada, e ombre di carrozze sfumano rapide sulla parete. Presto sarà notte, e si spegnerà finalmente anche questo raggio denso di sole che illumina il mazzo di fiori dipinto lassù.

Intanto gli uomini tornano dal lavoro e si salutano l’un l’altro. E la terra cammina nella sua via fissa.

Ho girato tutta la città in questa notte di martedì grasso, annoiato e disgustato senza causa. Forse ricordavo l’altr’anno, con lei, in caffè. L’ho cercata per tutti i caffè, temendo di esser visto. Pensavo che le avrei rovinato maggiormente la serata. Povera putela.

Su per l’Acquedotto ho incontrato un condiscepolo, Nando Baul, che m’ha fatto entrare alle «Gatte». Era la prima volta che entravo in un caffè concerto. Guardavo la carne floscia e la gente che guardava. Il direttore d’orchestra aveva un naso terribile, e le canzonettiste ci facevano le spiritosaggini. Nando si divertiva, ma con ostentazione di esperienza. Nando aveva gli occhi lustri. Mi disse che qualche volta xe più più bel. Credo. Saluti.

Feci un giro per Cità vecia sperando di trovare per le strade una sporca baldoria. Io sono ancora casto, ma come la vergine che guai a essere nei suoi sogni ― dice