Pagina:Il mio Carso.djvu/73

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

― 65 ―

Pensavo: picchiar porta per porta. Otterrò d’esser mandato in una grande casa di commercio dell’Indie, a Rangoon, come Ucio. Un cinese schiavo moverà nella mia stanza un’enorme ventola rossastra, perchè le zanzare malariche non si fermino sulla mia pelle. Non scriverò altro che, in inglese: ― In possesso vostra stimata del ― Imbroglierò astutamente, come i commercianti non sanno fare ancora. In tasca la rivoltella.

Risi: perchè in India? perchè la rivoltella, lucida come le carabine degli avventurieri? Bimbo, sei letterato. E rimarrai letterato per quanto mare frammetta tra la tua ultima e la nuova pedata. Anche se a Rangoon, anche se nell’isola di Robinson, la ventola ti sembrerà, che so io: l’azione contro le idee: insomma una di quelle tue immagini strampalate che mettono in sussulto e in compassione la gente. E scriverai nella tua lettera d’affari cosa che il copialettere non potrà copiare senza che la sezione controllo ti dia del matto.

Uscii deluso. Toccai le foglie degli alberi umidi di piova, sforzandomi a non paragonarle con niente. Un’impressione tattile di bagnato e di freddo, e basta. Avrei voluto mi fossero disaggradevoli. Camminai lungamente, evitando di pensare. Poi decisi: Parto.

Andai alla stazione a pigliare il biglietto di terza classe. ― Per dove? ― mi chiese il bigliettinaio. Lo guardai. Io pensavo di viaggiare senza destinazione; viaggiare perchè speravo in un disastro ferroviario che avesse schiantato due macchine e più vagoni, e io mi salvo aggrappandomi fortemente fra i due valigiai, così che l’urto non mi tocca. Poi esco rompendo il vetro dal vagone rove-