Pagina:Il mio Carso.djvu/82

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accendere i colori, nè lontano, in basso, Firenze. Ma tu, amico mio, ti sei levato da tavolino per salire sul Secchieta; e s’anche tutte le opinioni della strada, che ti si sono infiltrate nell’orecchio dalla finestra, col frastuono dei barocci scampanellanti e le canzoni sporche di vino indigerito; s’anche tutta la vita degli altri è presente in te pur ora e tenta, come una ventata polverosa, di storcerti il collo verso quello che hai già superato a rimirarlo, e accosciarti, tra l’alto e il basso, sulle tue gambe stanche; anche se in eterno tutta la città e la sua stanchezza è in te e non la puoi sfuggire ― non importa: tu vai in su: questo solo è vero; tu devi: questo solo è bello.

Un dirupo nevoso che non mi permetto di superare a zigzag: l’attacco due tre volte con l’unghie. E ―

Sul Secchieta c’è una bassa cappella con una madonnina dipinta. Ho acceso un fiammifero per timore che vi fosse dentro il lupo. Sono sgusciato strisciando per il pertugio ostruito dalla neve e son ruzzolato sotto la madonnina.


Penetro con le dita spalancate nell’acqua del mare, come tra i capelli morbidi e resistenti d’una donna; e m’arrovescio sulla superficie a riposarmi. Le piccole onde sbattono mormorando al mio orecchio, come il cuore della donna all’amante che riposa su di lei.

Allargo lo sguardo: e il mare s’increspa sotto il sole. La sua anima è quieta e serena, ed egli si stende sulla spiaggia soffice e si culla cantandosi piccole parole; e cerca