Pagina:Il mio Carso.djvu/93

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grasso dalla cucina d’un albergo. Tu puoi camminare fino all’alba per la città zitta, mentre la polvere cala lenta per terra.


Piove. È una giornata lunga. Il campanello suona: entra Guido, lascia cader l’ombrello nel portombrelli, va in camera sua, butta giù i libri, va a mangiare. Mamma passa piano vicino la mia porta, perchè spera io riposi.

Il giorno s’allunga eguale e infinito.

Un carro traballa lento per la strada. Odo picchiare su ferro. I colombi tubano sul cornicione della casa. Non so che sarà della mia vita.


Due uomini passano vicino e si salutano levandosi il cappello. Uno ha un viso triangolare, tutt’ossi, con occhi stanchi e erranti; l’altro cammina a piccoli passi svelti, tutto contento. È contento d’aver appetito. È contento della sua casa, della giovane sposa che lo aspetta alla finestra. Ha il Piccolo ripiegato in tasca e porta un cartoccio di ciliege per il pranzo. ― Perchè si sono salutati? Che rapporto vi può essere tra questi due uomini? Tutta la vita è intrecciata così ridicolamente. Nessuno può capire l’altro, ma s’infinge d’amarlo e d’odiarlo. Perchè? L’altro fa un atto e allora si dice che ha fatto bene, che ha fatto male. In nome di che cosa?

Io passo e lascio passare, e guardo questa ignota vita come un forestiero. Io sono qui perchè in questo momento cammino per questa strada e vedo un orologiaio curvo su