Pagina:Il piacere.djvu/133

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― Ti ricordi ― seguitava Elena ― ti ricordi di quel frate che ci venne ad aprire, quando sonammo la campanella?

― Sì, sì...

― Come ci guardò stupefatto! Era piccolo piccolo, senza barba, tutto rugoso. Ci lasciò soli nell’atrio, per andare a prendere le chiavi della chiesa; e tu mi baciasti. Ti ricordi?

― Sì.

― E tutti quei barili, nell’atrio! E quell’odore di vino, mentre il frate ci spiegava le storie intagliate nella porta di cipresso! E poi, la Madonna del Rosario! Ti ricordi? La spiegazione ti fece ridere; e io sentendoti ridere, non potei frenarmi; e ridemmo tanto innanzi a quel poveretto che si confuse e non aprì più bocca neanche all’ultimo per dirti grazie...

Dopo un intervallo, ella riprese:

― E a Sant’Alessio, quando tu non volevi lasciarmi vedere la cupola pel buco della serratura! Come ridemmo, anche là!

Tacque, di nuovo. Veniva su per la strada una compagnia d’uomini con una bara, seguitata da una carrozza pubblica, piena di parenti che piangevano. Il morto andava al cimitero degli Israeliti. Era un funerale muto e freddo. Tutti quegli uomini, dal naso adunco e dagli occhi rapaci, si somigliavano tra loro come consanguinei.

Affinchè la compagnia passasse, i due cavalli si divisero, prendendo ciascuno un lato, rasente il muro; e gli amanti si guardarono, al di sopra del morto, sentendosi crescere la tristezza.

Quando si riaccostarono, Andrea domandò:

― Ma tu che hai? A che pensi?