Pagina:Il piacere.djvu/170

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vigili occhi non isfuggiva alcun moto delle due lame.

E si accostò al Rútolo, dicendo:

― Ella è toccato, se non erro.

Infatti, colui aveva una scalfittura su l’antibraccio, ma così lieve che non ci fu nemmen bisogno del taffetà. Alenava però; e la sua estrema pallidezza, cupa come un lividore, era un segno dell’ira contenuta. Lo Sperelli, sorridendo, disse a bassa voce al Barbarisi:

― Conosco ora il mio uomo. Gli metterò un garofano sotto la mammella destra. Sta attento al secondo assalto.

Poichè, senza badarci, egli posò a terra la punta della spada, il dottor calvo, quel della gran mandibola, venne a lui con la spugna imbevuta d’acqua fenicata e disinfettò di nuovo la lama.

― Per iddio! ― mormorò Andrea al Barbarisi. ― M’ha l’aria d’un iettatore. Questa lama si rompe.

Un merlo si mise a fischiare tra gli alberi. Ne’ rosai qualche rosa sfogliavasi e disperdevasi al vento. Alcune nuvole a mezz’aria salivano incontro al sole, rade, simili a velli di pecore; e si disfacevano in bioccoli; e a mano a mano si dileguavano.

― In guardia!

Giannetto Rútolo, conscio della sua inferiorità al paragon del nemico, risolse di lavorar sotto misura, alla disperata, e di rompere così ogni azion seguita dell’altro. Egli aveva da ciò la bassa statura e il corpo agile, esile, flessibile, che offriva assai poco bersaglio ai colpi.