Pagina:Il piacere.djvu/194

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tiera figura con il semplice svolazzo d’un nastro o d’un lembo o d’una piega.

Andrea, nel comporre, studiava sè medesimo curiosamente. Non aveva fatto versi da gran tempo. Quell’intervallo d’ozio aveva nociuto alla sua abilità tecnica? Gli pareva che le rime, uscenti a mano a mano dal suo cervello, avessero un sapor nuovo. La consonanza gli veniva spontanea, senza ch’ei la cercasse; e i pensieri gli nascevano rimati. Poi, d’un tratto, un intoppo arrestava il fluire; un verso gli si ribellava; tutto il resto gli si scomponeva come un musaico sconnesso; le sillabe lottavano contro la constrizion della misura; una parola musicale e luminosa, che gli piaceva, era esclusa dalla severità del ritmo ad onta d’ogni sforzo; da una rima nasceva un’idea nuova, inaspettata, a sedurlo, a distrarlo dall’idea primitiva; un epiteto, pur essendo giusto ed esatto, aveva un suono debole; la tanto cercata qualità, la coerenza, mancava completamente; e la strofa era come una medaglia riuscita imperfetta per colpa d’un fonditore inesperto il qual non avesse saputo calcolare la quantità di metallo fuso necessaria a riempirne il cavo. Egli, con acuta pazienza, rimetteva di nuovo nel crogiuolo il metallo, e ricominciava l’opera da capo. La strofa alla fine gli usciva intera e precisa; qualche verso, qua e là, aveva una certa asprezza piacente; a traverso le ondulazioni del ritmo appariva evidentissima la simetria; la ripetizion delle rime faceva una musica chiara, richiamando allo spirito con l’accordo de’ suoni l’accordo de’ pensieri e rafforzando con un legame