Pagina:Il piacere.djvu/210

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E chinò la testa verso l’amica per farsi districare il velo dal cappello. In quell’atto il mazzo di rose le cadde a’ piedi. Andrea fu pronto a raccoglierlo; e nel rialzarsi a porgerlo, vide alfine l’intero volto della signora scoperto.

― Grazie ― ella disse.

Aveva un volto ovale, forse un poco troppo allungato, ma appena appena un poco, di quell’aristocratico allungamento che nel XV secolo gli artisti ricercatori d’eleganza esageravano. Ne’ lineamenti delicati era quell’espressione tenue di sofferenza e di stanchezza, che forma l’umano incanto delle Vergini ne’ tondi fiorentini del tempo di Cosimo. Un’ombra morbida, tenera, simile alla fusione di due tinte diafane, d’un violetto e d’un azzurro ideali, le circondava gli occhi che volgevan l’iride lionata delli angeli bruni. I capelli le ingombravano la fronte e le tempie, come una corona pesante; si accumulavano e si attortigliavano su la nuca. Le ciocche, d’innanzi, avevan la densità e la forma di quelle che coprono a guisa d’un casco la testa dell’Antinoo Farnese. Nulla superava la grazia della finissima testa che pareva esser travagliata dalla profonda massa, come da un divino castigo.

― Dio mio! ― esclamò ella, provando a sollevare con le mani il peso delle trecce constrette insieme sotto la paglia. ― Ho tutta quanta la testa addolorata come se fossi rimasta sospesa pe’ capelli un’ora. Non posso stare molto tempo senza scioglierli; mi affaticano troppo. È una schiavitù.

― Ti ricordi, ― chiese Donna Francesca ―