Pagina:Il piacere.djvu/38

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poggiato al ginocchio e il mento nella palma, guardava ora la bella creatura con tale intensità ch’ella, pur non volgendosi, sentiva su la sua persona quella persistenza e ne aveva quasi un vago malessere fisico. Andrea, guardandola, pensava: “Io ho posseduto questa donna, un giorno.„ Egli ripeteva a sè stesso l’affermazione, per convincersi; e faceva, per convincersi, uno sforzo mentale, richiamava alla memoria una qualche attitudine di lei nel piacere, cercava di rivederla fra le sue braccia. La certezza del possesso gli sfuggiva. Elena gli pareva una donna nuova, non mai goduta, non mai stretta.

Ella era, in verità, ancor più desiderabile che una volta. L’enigma quasi direi plastico della sua bellezza era ancor più oscuro e attirante. La sua testa dalla fronte breve, dal naso dritto, dal sopracciglio arcuato, d’un disegno così puro, così fermo, così antico, che pareva essere uscita dal cerchio d’una medaglia siracusana, aveva negli occhi e nella bocca un singolar contrasto di espressione: quell’espression passionata, intensa, ambigua, sopraumana, che solo qualche moderno spirito, impregnato di tutta la profonda corruzione dell’arte, ha saputo infondere in tipi di donna immortali come Monna Lisa e Nelly O’ Brien.

“Altri ora la possiede,„ pensava Andrea, guardandola. “Altre mani la toccano, altre labbra la baciano.„ E, mentre egli non giungeva a formar nella fantasia l’imagine dell’unione di sè con lei, vedeva nuovamente invece, con implacabile precisione, l’altra imagine. E una