Pagina:Il piacere.djvu/425

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Ella si soffermò, d’innanzi al parapetto che guarda San Sebastianello. I vecchissimi elci, d’una verdura così cupa che quasi pareva nera, protendevano su la fontana un tetto arteficiato, senza vita. I tronchi portavano ampie ferite, ricolmate con la calce e col mattone, come le aperture d’una muraglia. ― Oh giovini álbatri raggianti e spiranti nella luce! ― L’acqua grondando dalla superior tazza di granito nel bacino sottoposto metteva uno scoppio di gemiti, a intervalli, come un cuore che si riempia d’angoscia e poi trabocchi in pianto. ― Oh melodìa delle Cento Fontane, pel viale de’ lauri! ― La città giaceva estinta, come sepolta dalla cenere d’un vulcano invisibile, silenziosa e funerea come una città disfatta da una pestilenza, enorme, informe, dominata dalla Cupola che le sorgeva dal grembo come una nube. ― Oh mare! Oh mare sereno!

Ella sentiva crescere l’affanno. Un’oscura minaccia veniva a lei dalle cose. La occupò quel medesimo senso di timore che già ella aveva provato più d’una volta. Sul suo spirito cristiano balenò il pensiero del castigo.

E tuttavia ella rabbrividì nel più profondo del suo essere al pensiero che l’amante l’aspettava; al pensiero dei baci, delle carezze, delle folli parole, ella sentì il suo sangue infiammarsi, la sua anima languire. Il brivido della passione vinse il brivido del timor divino. Ed ella si mosse verso la casa dell’amante, trepida, sconvolta, come se andasse a un primo ritrovo.

― Oh, finalmente! ― esclamò Andrea, acco-