Pagina:Il piacere.djvu/430

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gentili; espandeva la sua bontà e la sua tenerezza con un pieno abbandono; godeva ingenuamente di quella cara intimità segreta, in quella stanza tranquilla, in mezzo a quel lusso raffinato. Dietro di lei, come dietro la Vergine nel tondo di Sandro Botticelli, sorgevano le coppe di cristallo coronate dalle ciocche di lilla bianche; e le sue mani d’arcangelo si movevano tra le istoriette mitologiche di Luzio Dolci e gli esametri d’Ovidio.

― A che pensi? ― chiese ella ad Andrea che le stava vicino, seduto sul tappeto, con la testa appoggiata contro un bracciuolo della seggiola.

― Ti ascolto. Parla ancora!

― Non più.

― Parla! Dimmi tante cose, tante cose...

― Quali cose?

― Quelle che sai tu sola.

Egli faceva cullare dalla voce di lei l’angoscia che gli veniva dall’altra; faceva animare dalla voce di lei la figura dell’altra.

― Senti? ― esclamò Maria, versando su le foglie aromatiche l’acqua bollente.

Un profumo acuto si spandeva nell’aria, col vapore. Andrea l’aspirò. Poi disse, chiudendo gli occhi, rovesciando indietro il capo:

― Baciami.

E, appena ebbe il contatto delle labbra, trasalì tanto forte che Maria ne fu sorpresa.

Ella versò, in una tazza la bevanda e glie la offerse, con un sorriso misterioso.

― Bada. C’è un filtro.

Egli rifiutò l’offerta.

― Non voglio bere a quella tazza.