Pagina:Il tesoro.djvu/107

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signor Ciriaco, sudato e tremante, parve destarsi da un sogno. Poco dopo entrò la domestica col caffè e vini prelibati: poi le Marchis parlarono d’andarsene.

— È tardi — disse Peppina guardando verso la finestra ormai buia.

— Ma no, aspettino. Le accompagneremo noi — disse il biondo, cui premeva aver gli applausi di Peppina, per la sua romanza le Belle mani.

A un certo punto s’appoggiò al muro, e accompagnato di mala voglia da Cosimo, cominciò. Che voce era la sua? Una voce d’asino, signori miei!

La romanza narrava il fascino delle belle mani, che leniscono ogni dolore con le lor carezze.

— Pare invece che lo stiano pigliando a pugni! — disse piano l’avvocato, chinandosi dalla parte di Elena.

Ella alzò gli occhi su lui, un po’ meravigliata, ma non potè trattenere un sorriso. Anche Giovanna, sedutasi, sorrideva col fazzolettino sulla bocca.

Il biondo continuava a cantare: teneva il respiro fino a diventar rosso, si sosteneva i fianchi con le mani, s’allungava e si restringeva come un serpe.

Incoraggiato dal sorriso d’Elena, l’avvocato si avvicinò, chinandosi sulla spalliera della sua sedia, e disse scherzosamente:

— Osservi come Ciriaco lo sta fissando. Sarà curioso quando lo imiterà.