Pagina:Il tesoro.djvu/110

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un sogno, pensando che il colloquio di quella notte avrebbe deciso Cosimo a chiederla in isposa.

Otto giorni dopo Paolo De-Cerere venne dalle Bancu a congedarsi.

Non mostrava nè letizia, nè rimpianto: era di una cortesia aristocratica e gelata e ripeteva le solite cose.

Promise di scrivere, di mandare libri e giornali alle sue piccole amiche, per dimostrare loro che non le dimenticava, e ripetè più volte:

— Forse non ci rivedremo mai più!

Giovanna rimase sorridente e indifferente, mentr’egli trovava il modo di dire molte cose insignificanti col miglior garbo del mondo. Alla vigilia della sua partenza egli dimostrò ancora interesse per avvenimenti e persone che sparivano per sempre dal suo circolo d’esistenza, ma che restavano in quello delle sue piccole amiche; e raccontò ancora molti episodi del suo passato.

Rifece i soliti auguri, e nel congedarsi si mostrò un po’ profondo, quasi commosso. L’accompagnarono fino alla porta.

— Addio! — ripetè egli, stringendo ancora la mano di Giovanna, che non cessò di sorridere.

— Arrivederci — disse Elena.

Fuori della porta egli s’inchinò con gli occhi a terra, e s’allontanò senza voltarsi.

— Addio! — ripetè Giovanna quasi allegramente, chiudendo la porta. E risalì le scale saltellando, mentre Elena restava seria, quasi triste