Pagina:Il tesoro.djvu/152

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vatore salirono all’ovile per visitare i porci che ingrassavano a vista d’occhio, e dalla cui vendita si sperava assai. Dacchè era in casa il nipote, gli affari non andavano male come prima, ma neppur bene quanto si desiderava. Salvatore giocava a carte, usava con donne, era splendido con gli amici, e le rendite non potevano bastare. Agada si lamentava di continuo e diceva ad Alessio, col viso bianco e stirato per la mortificazione:

— Sgridalo tu, sgridalo tu, figlio mio, digli che lasci i vizi, che è tempo di finirla con tutti questi pasticci, questi imbrogli, queste pazzie. Oramai è vecchio, dovrebbe andar più bene....

Alessio faceva quel che poteva. Salvatore lo lasciava dire o si seccava.

— Ficcati nei fatti tuoi! — gli disse un giorno, con la sua voce sonora, che faceva tremar Cicchedda. — Io faccio quel che mi pare e piace!

Quel giorno trascorsero una deliziosa giornata sulla montagna: soffiava una tramontana tagliente, la nebbia incappucciava le cime, ogni tanto volteggiava un nembo di nevischio al di sopra dei boschi; i pastori accesero un gran fuoco nella capanna, e arrostirono un porchetto, raccontando storie piacevoli. Poi venne un amico da una tanca limitrofa, portò una zucca di vino d’Oliena, e cantarono e risero, parlando di banditi e di donne.

Riparlarono anche di Cicchedda, e Alessio