Pagina:Il tesoro.djvu/16

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Agada restò orribilmente seccata, e sembrandole che il marito ridesse per la lettera e per lei, disse con dispetto: — E fammi il piacere di finirla! Perchè ridi così; che c’è da ridere?

— Ma tu ci credi? — domandò il marito guardandola con pietà.

Sulle prime ella ebbe vergogna di dir sì, poi, per dispetto, affermò: — Sicuro che ci credo.

Salvatore allora rise tanto che il volto gli diventò pavonazzo.

— Maledetto chi ti dice qualche cosa! — disse Agada umiliata e inviperita — dovevo pensarmelo, perchè sei uno sciocco: dammi, dammi qua....

Gli riprese facilmente la lettera e la busta e fu per andarsene; ma egli disse: — Senti, non farmi più ridere, chè mi farebbe male. Non vedi ch’è una truffa?

— Una truffa?!...

— E dunque un demonio?

A questo pensiero, Agada si fece piccina piccina, si raddolcì e guardò la lettera con un’espressione di rimpianto doloroso.

— Fammi il piacere — disse riavvicinandosi al letto — rileggimela e spiegamela....

Salvatore allora cessò di ridere e la contentò; la bizzarra lettera, scritta in pessimo italiano, con caratteri grossi e regolari, veniva da una prigione