Pagina:Il tesoro.djvu/20

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riparata, a cui i Brindis davano il nome di stalla. Un fico magnifico ombreggiava il cortiletto.

Agada attraversò il cortile col suo passo lieve; e Costanza apparve sulla porta illuminata ed aperta di cucina, domandando subito ansiosamente:

— Cos’ha detto? cos’ha detto?

Agada le tirò il grembiale, accennandole la servetta che stava in cucina, poi l’attirò più in là, verso il portone.

— Non comprende un’acca, tanto — disse Costanza, alludendo a Chicchedda la serva.

— Così ti pare? Ma non occorre parlare davanti a nessuno. Ha detto che è una truffa.

— Una truffa? — esclamò Costanza con stupore, e nel suo viso si distinse al chiaro di luna la stessa melanconia che aveva colto Agada poco prima.

Costanza aveva ventiquattro anni e viveva sin da bambina coi Brindis, che non avevano figli: era una ragazza svelta, simpatica e sopratutto intelligente; eppure anch’essa, dopo aver letto alla zia la strana epistola di monsieur Honoré, s’era lasciata cogliere dalla gioia febbrile e nervosa di una prossima ricchezza.

L’idea della truffa non le venne neanche per sogno, ed anzi nel suo cervello intraprendente si formulava già il progetto d’invertire le parti, dando cioè un terzo del tesoro alla signorina Honoré e il resto a zio Salvatore, che così si