Pagina:Il tesoro.djvu/227

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ciò Costanza, sospirando, con mal celata invidia; e non la finiva più.

Quando scoccò il coprifuoco Costanza disse: — Zia, andate a letto. Forse non ritornano ancora: andate; resterò io, se ritornano o mandano notizie vi sveglierò.

Ma Agada non volle neppur sentirla: come la si riteneva capace di dormire? Mandarono adunque a letto solo Cicchedda e il bambino; ma la fanciulla, messo Domenico a letto, si sedette, avvolse le mani nel grembiale, e chinata la testa sulle coltri, chiuse gli occhi con suprema stanchezza. Si lasciò vincere da un sonno leggero e febbrile, dal quale la destarono di soprassalto forti colpi battuti al portone; si sollevò spaventata, coi piedi e le mani fredde e indolenzite, mentre dal lume spentosi per mancanza d’olio, il lucignolo rosso fumava con odore sgradevole. Con dolore si portò le mani alla testa, e fu per uscire; ma ricordandosi che le padrone la credevano coricata, si fermò tremando vicino alla porta. Sentì che dei cavalli entravano nel cortile, ma nessuna voce; che era avvenuto? chi ritornava? perchè tacevano? No, non poteva restar là rinchiusa; aprì la porta e guardò: vide solo alla luce rossastra di una fiaccola le ombre dei cavalli agitarsi nel cortile. E nessuno parlava ancora.

Ma presto la colpì la voce spaventata e desolata di Agada.