Pagina:Il tesoro.djvu/229

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 219 —


Sentiva d’essersi tradita, e se la voce e le parole buone di lui raddolcivano come balsamo la sua angoscia, ora un nuovo strazio la torturava, pensando che Costanza e i padroni s’erano accorti. Che sarebbe avvenuto di lei? E piangeva, e desiderava di cader ai piedi di lui, e dirgli con le lagrime e i baci, l’ineffabile dolore, l’ansia provata in quella interminabile e tremenda giornata. Perchè non poteva farlo? Chi glielo proibiva, chi?

— Questo, dunque, il mio posto? — pensò con dolorosa umiliazione, togliendo la briglia alla cavalla, e attaccandola alla greppia. Pure, vista la stanca bestia ficcare avidamente il muso fra la paglia, pensò con tenerezza che Alessio l’aveva cavalcata, che aveva accompagnato e trasportato Alessio, e liberandola dalla sella la carezzò sul dorso fumante.

Rientrando in cucina vide che Salvatore voleva recarsi in cerca di un medico; ma Alessio lo tratteneva:

— Perchè? Sto forse per morire? Lasciate il medico a domattina: per ora mi accomoderà zia Agada....

E benchè soffrisse acuti dolori, si ritirò zoppicando, stringendo i denti per trattenere i gemiti; la zia gli andò dietro, e aiutata da Costanza gli curò la ferita con un unguento composto da lei con semi di lino, olio e tuorli d’uova, buono per ferite d’arma da fuoco. Cicchedda