Pagina:Il tesoro.djvu/276

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 266 —


meva linee e tinte vive; la carnagione pallida si animava, gli occhi profondi e soavi assumevano uno sguardo d’infinita passione.

Paolo aveva scritto d’essersi fotografato pensando a lei, cercando di fissare intensamente la sua lontana visione: forse per ciò ora ella sentiva quello sguardo avvolgerla in un fascino irresistibile, che anche da lontano la vinceva, riprodotto dalla fredda figura di carta.

E questa ineffabile suggestione le dava, giorno per giorno, più intenso il desiderio di scriver apertamente a Paolo quanto lo amava: una sera gli scrisse con più dolcezza del solito, dicendogli ingenuamente del sorriso che rivolgeva al ritratto.

Egli l’avrebbe sentita vibrar tutta, e assorbendola come il ritratto assorbiva il profumo delle rose e dei gelsomini, se ne sarebbe profondamente allietato; e nella sua ebbrezza, stringendo sempre più l’adorata fanciulla nel cerchio della sua intensa passione, le avrebbe finalmente chiesto di parlar meglio, di dirgli che lo amava, e che voleva esser sua per l’eternità.

Elena aspettava oramai solo questa domanda per posargli spiritualmente la fronte sul cuore e dirgli che era già sua; e intanto, di giorno in giorno, cambiando i fiori sul ritratto, sentiva crescer il fascino; il sogno non le bastava più; aveva bisogno della realtà, per lei e per lui che spesso le faceva udire una nota di desolata