Pagina:Iliade (Monti).djvu/166

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v.386 libro sesto 155

Delle città custode, ah tu del fiero
Tidíde l’asta infrangi, e di tua mano
Stendilo anciso su le porte Scee,
Che noi tosto su l’are a te faremo
Di dodici giovenche ancor non dome390
Scorrere il sangue, se di queste mura
E delle teucre spose, e de’ lor cari
Figli innocenti sentirai pietade.
   Così pregâr: ma non udía la Diva
Delle misere i voti. Ettore intanto395
Di Paride cammina alle leggiadre
Case, di che egli stesso il prence avea
Divisato il disegno, al magistero
De’ più sperti di Troia architettori
Fidandone l’effetto. E questi a lui400
E stanza ed atrio e corte edificaro
Sul sommo della rocca, appo i regali
Di Priamo stesso e del maggior fratello
Risplendenti soggiorni. Entrovvi Ettorre,
Nelle mani la lunga asta tenendo405
Di ben undici cubiti. La punta
Di terso ferro colla ghiera d’oro
Al mutar de’ gran passi scintillava.
   Nel talamo il trovò che le sue belle
Armi assettava, i curvi archi e lo scudo410
E l’usbergo. L’argiva Elena, in mezzo
All’ancelle seduta, i bei lavori
Ne dirigea. Com’ebbe in lui gli sguardi
Fisso il grande guerrier, con detti acerbi
Così l’invase: Sciagurato! il core415
Ira ti rode, il so; ma non è bello
Il coltivarla. Intorno all’alte mura
Cadono combattendo i cittadini,
E tanta strage e tanto affar di guerra