Pagina:Iliade (Monti).djvu/168

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v.454 libro sesto 157

I dispregi sentisse e le rampogne.
Ma di presente a costui manca il fermo455
Carattere dell’alma, e non ho speme
Ch’ei lo s’acquisti in avvenir. M’avviso
Quindi che presto pagheranne il fio.
Ma tu vien oltre, amato Ettore, e siedi
Su questo seggio, e il cor stanco ricrea460
Dal rio travaglio che per me sostieni,
Per me d’obbrobrio carca, e per la colpa
Del tuo fratello. Ahi lassa! un duro fato
Giove n’impose e tal ch’anco ai futuri
Darem materia di canzon famosa.465
   Cortese donna, le rispose Ettorre,
Non rattenermi. Il core, impazïente
Di dar soccorso a’ miei che me lontano
Richiamano, fa vano il dolce invito.
Ma tu di cotestui sprona il coraggio,470
Onde s’affretti ei pure, e mi raggiunga
Anzi ch’io m’esca di città. Veloce
Corro intanto a’ miei lari a veder l’uopo
Di mia famiglia, e la diletta moglie
E il pargoletto mio, non mi sapendo475
Se alle lor braccia tornerò più mai,
O s’oggi è il dì che decretâr gli Eterni
Sotto le destre achee la mia caduta.
   Parte, ciò detto, e giunge in un baleno
Alla eccelsa magion; ma non vi trova480
La sua dal bianco seno alma consorte;
Ch’ella col caro figlio e coll’ancella
In elegante peplo tutta chiusa
Su l’alto della torre era salita:
E là si stava in pianti ed in sospiri.485
   Come deserta Ettór vide la stanza,
Arrestossi alla soglia, ed all’ancelle