Pagina:Iliade (Monti).djvu/264

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v.523 libro decimo 253

Son cotesti alla veglia, e a far la scolta
S’esortano a vicenda: ma nel sonno
Tutti giaccion sommersi i collegati,525
Che da diverse regïon raccolti,
Nè figli avendo nè consorte al fianco,
Lasciano ai Teucri delle guardie il peso.
   Ma dormon essi co’ Troian confusi
(Ripiglia Ulisse), o segregati? Parla,530
Ch’io vo’ saperlo. - E a lui d’Eumede il figlio:
Ciò pure ti sporrò schietto e sincero.
Quei della Caria, ed i Peonii arcieri,
I Lelegi, i Caucóni ed i Pelasghi
Tutto il piano occupâr che al mare inchina;535
Ma il pian di Timbra i Licii e i Misii alteri
E i frigii cavalieri, e con gli equestri
Lor drappelli i Meonii. Ma dimande
Tante perchè? Se penetrar vi giova
Nel nostro campo, ecco il quartier de’ Traci540
Alleati novelli, che divisi
Stansi ed estremi. Han duce Reso, il figlio
D’Eïonéo, e a lui vid’io destrieri
Di gran corpo ammirandi e di bellezza,
Una neve in candor, nel corso un vento.545
Monta un cocchio costui tutto commesso
D’oro e d’argento, e smisurata e d’oro
(Maraviglia a vedersi?) è l’armatura,
Di mortale non già ma di celeste
Petto sol degna. Che più dir? Traetemi550
Prigioniero alle navi, o in saldi nodi
Qui lasciatemi avvinto infin che pure
Vi ritorniate, e siavi chiaro a prova
Se fu verace il labbro o menzognero.
   Lo guatò bieco Dïomede, e disse:555
Da che ti spinse in poter nostro il fato,