Pagina:Iliade (Monti).djvu/345

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12 iliade v.356

Color cangia il codardo, e il cor mal fermo
Non gli permette di tenersi immoto
Un solo istante; mancagli il ginocchio,
Sul calcagno s’accascia, e immaginando
Vicino il suo morir, l’alma nel seno360
Palpita e trema dibattendo i denti.
Ma collocato nell’insidia il forte
Nè cor cangia nè volto, e della zuffa
Il momento sospira. E a noi tenuti
Tra’ più gagliardi, se l’andar ne tocchi365
D’un agguato al periglio, a noi pur anco
E del tuo braccio e del tuo cor palese
Si faría la virtù. Se nella pugna
Fia che ti colga un qualche telo, al certo
Il tergo no ma piagheratti il petto,370
E diritto corrente all’inimico,
E tra’ primieri avvolto, e nel più denso
Della battaglia. Ma non più parole;
Onde a caso qualcun sopravvenendo
Di vanitosi cianciatori a dritto375
Non ci getti rampogna. Orsù, t’affretta
Nella tenda, e una forte asta ti piglia.
   Disse, e l’altro volò, prese veloce
Una ferrata lancia, e la battaglia
Anelando, raggiunse Idomenéo.380
Qual s’avanza al conflitto il sanguinoso
Nume dell’armi, e suo diletto figlio
L’accompagna il Terror che audace e forte
Anco i più fermi fa tremar; l’orrenda
Coppia lasciati della Tracia i lidi385
Va degli Efíri a guerreggiar le genti
O i magnanimi Flegii, e non ascolta
Più quei che questi, ancor dubbiando a cui
La vittoria invïar; tali nel ferro