Pagina:Iliade (Monti).djvu/420

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v.49 libro decimosesto 87

Ti turba un qualche oracolo la mente;
Se di Giove alcun cenno a te la madre50
Veneranda recò, me tosto almeno
Invía nel campo; e al mio comando i forti
Mirmidoni concedi, ond’io, se puossi,
Qualche raggio di speme ai travagliati
Compagni apporti. E questo ancor mi assenti,55
Ch’io, delle tue coperto armi le spalle,
M’appresenti al nemico, onde ingannato
Dalla sembianza, in me comparso ei creda
Lo stesso Achille, e fugga, e l’abbattuto
Acheo respiri. Nella pugna è spesso60
Una via di salute un sol respiro;
E noi di forze intégri agevolmente
Ricaccerem la stanca oste alle mura
Dalle navi respinta e dalle tende.
   Così l’eroe pregò. Folle! chè morte65
Perorava a se stesso e reo destino.
   E a lui gemendo di corruccio Achille:
Che dicesti, o Patróclo? In questo petto
Terror d’udite profezie non passa,
Nè di Giove alcun cenno a me la diva70
Madre recò. Ma il cor mi rode acerba
Doglia in pensando che rapirmi il mio
Un mio pari s’ardisce, e del concesso
Premio spogliarmi prepotente. È questo,
Questo il tormento, il dispetto, la rabbia75
Onde l’alma è angosciata. Una donzella
Di valor ricompensa, a me prescelta
Da tutto il campo, e da me pria coll’asta
Conquistata per mezzo alla ruina
Di munita città, questa alle mie80
Mani ha ritolta l’orgoglioso Atride,
Come a vil vagabondo. Ma le andate