Pagina:Iliade (Monti).djvu/440

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v.727 libro decimosesto 107

L’alta muraglia degli Achei. Compresso
Si tenea colla manca il braccio offeso
L’infelice, ed orando al saettante
Nume di Delo, O re divino, ei disse,730
O che di Licia, o che di Troia or béi
Tua presenza le rive, odi il mio prego;
Che dovunque tu sia puoi d’un dolente
Qual, lasso! mi son io, la voce udire.
Di che grave ferita e di che doglia735
Trafitto io porti questo braccio il vedi;
Nè il sangue ancor mi si ristagna, e tale
Incessante m’opprime una gravezza
L’omero tutto, che dell’asta al peso
Mal reggo, e mal poss’io coll’inimico740
Avventurarmi alla battaglia. Intanto
Di Giove il figlio Sarpedonte giace
Fortissimo guerriero, e l’abbandona
Ahi! pure il padre. Ma tu, Dio pietoso,
Quest’acerba mia piaga or mi risana:745
Deh! placane il dolor, forza m’aggiungi,
Sì che i Licii compagni inanimando,
Io gli sproni al conflitto, e a me medesmo
Pugnar sia dato per l’estinto amico.
   Sì disse orando, ed esaudillo il nume:750
Della piaga sedò tosto il tormento,
Stagnonne il sangue, e gagliardia gli crebbe.
Sentì del Dio la man, fe’ lieto il core
L’esaudito guerrier: de’ Licii in prima
A incitar corre d’ogni parte i duci755
Alla difesa dell’estinto: move
Quindi a gran passi fra’ Troiani, e chiama
Polidamante e Agénore, ed Enea
Anco ed Ettorre, e in rapide parole
Lor fattosi davanti, Ettore, ei grida,760