Pagina:Iliade (Monti).djvu/515

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
182 iliade v.82

In cotanto tumulto, ove la voce
La più sonora verría meno? Io volgo
Le parole ad Achille, e voi porgete
Attento orecchio. Con rimprocci ed onte85
Spesso gli Achivi m’accusâr d’un fallo
Cui Giove e il Fato e la notturna Erinni
Commisero, non io. Essi in consiglio
Quel dì la mente m’offuscâr, che il premio
Ad Achille rapii. Che farmi? Un Dio90
Così dispose, la funesta a tutti
Ate, tremenda del Saturnio figlia.
Lieve ed alta dal suolo ella sul capo
De’ mortali cammina, e lo perturba,
E a ben altri pur nocque. Anche allo stesso95
Degli uomini e de’ numi arbitro Giove
Fu nocente costei quando ingannollo
L’augusta Giuno il dì che in Tebe Alcmena
L’erculea forza partorir dovea.
Detto ai Celesti avea Giove per vanto:100
Divi e Dive, ascoltate; io vo’ del petto
Rivelarvi un segreto: oggi Ilitía
Curatrice de’ parti in luce un uomo
Del mio sangue trarrà, che su le tutte
Vicine genti stenderà lo scettro.105
   Mentirai, nè atterrai la tua parola,
Giuno riprese meditando un frodo.
Giura, o Giove, il gran giuro, che nel vero
Fia de’ vicini regnator l’uom ch’oggi
Di tua stirpe cadrà fra le ginocchia110
D’una madre mortal. Giurollo il nume
Senza sospetto, e ne fu poi pentito.
Chè Giuno dal ciel ratta in Argo scesa
Del Perseíde Sténelo all’illustre
Moglie sen venne. Avea grav’ella il seno115