Pagina:Iliade (Monti).djvu/517

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184 iliade v.150

Né più s’indugi, chè il da farsi è assai.150
Uop’è che Achille in campo rieda e sperda
Le troiane falangi, e ch’altri il vegga,
E l’esempio n’imiti. - Illustre Achille,
Soggiunse allor l’accorto Ulisse, è grande
Il tuo valor; ma non menar digiuni155
Contro i Teucri gli Achei. Venuti al cozzo
Una volta gli eserciti, e infiammati
Quinci e quindi da un Dio, non fia sì breve
L’aspro certame. Nelle navi adunque
Comanda che di cibo e di bevanda,160
Fonte di forza, si ristaurin tutti,
Chè digiuno soldato un giorno intero
Fino al tramonto non sostiene la pugna.
Sete, fame, fatica a poco a poco
Dóman anco i più forti, e dispossato165
Casca il ginocchio. Ma guerrier, cui fresche
Tornò le forze il cibo, il giorno tutto
Intrepido combatte, e sua stanchezza
Sol col finirsi del conflitto ei sente.
Dunque il campo congeda, e fa che pronte170
Mense imbandisca. Agamennón frattanto
Qua rechi i doni, onde ogni Acheo li vegga,
E il tuo cor ne gioisca. Indi nel mezzo
Del parlamento il re si levi, e giuri
Che mai non giacque colla tua fanciulla;175
E questo giuro il cor ti plachi. Ei poscia,
Perchè nulla si fraudi al tuo diritto,
Di lauto desco nella propria tenda
Ti presenti e t’onori. E tu più giusto
Móstrati, Atride, in avvenir, chè bello180
Regal atto è il placar, qual sia, l’offeso.
   A questo il sire Agamennón: M’è grato,
Ulisse, il saggio e acconciamente espresso