Pagina:Iliade (Monti).djvu/551

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218 iliade v.152

A quel dir l’infelice, e abbandonata
L’asta, accosciossi coll’aperte braccia.
Strinse Achille la spada, e alla giuntura
Lo percosse del collo. Addentro tutto155
Gli si nascose l’affilato acciaro,
E boccon egli cadde in sul terreno
Steso in lago di sangue. Allor d’un piede
Presolo Achille, lo gittò nell’onda,
E con acerbo insulto, Or qui ti giaci,160
Disse, tra’ pesci che di tua ferita
Il negro sangue lambiran securi.
Nè te la madre sul funereo letto
Piangerà, ma del mar nell’ampio seno
Ti trarrà lo Scamandro impetuoso,165
E là qualcuno del guizzante armento
Ti salterà dintorno, e sotto l’atre
Crespe dell’onda l’adipose polpe
Di Licaon si roderà. Possiate
Così tutti perir finchè del sacro170
Ilio sia nostra la città, voi sempre
Fuggendo, e io sempre colle stragi al tergo.
Nè gioveranvi i vortici di questo
Argenteo fiume a cui di molti tori
Fate sovente sacrificio, e vivi175
Gettar solete i corridor nell’onda.
Nè per questo sarà che non vi tocchi
Di rio fato perir, finchè la morte
Di Patroclo sia sconta e in un la strage
Che, me lontano, degli Achei faceste.180
Dagl’imi gorghi udì Xanto d’Achille
Le superbe parole, e d’alto sdegno
Fremendo, divisava in suo pensiero
Come alla furia dell’eroe por modo,
E de’ Teucri impedir l’ultimo danno.185