Pagina:Iliade (Monti).djvu/571

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238 iliade v.14

Dei fugati Troiani e nel riparo
D’Ilio già chiusi ogni pensier ponesti,15
E qua svïasti il tuo furor. Che speri?
Uccidermi? Son nume. - E nume infesto,
E di tutti il peggior (rispose acceso
Di grand’ira il Pelíde). A questa parte
M’hai devïato dalle mura, e tolto20
Che molti, prima d’arrivar là dentro,
Mordessero la polve. Ah mi rapisti
Un gran vanto, e quei vili in salvo hai messo
Perchè non temi la vendetta mia;
Ma la farei ben io, se la potessi.25
   Tacque, e drizzossi alla città volgendo
Terribili pensieri, e il piè movea
Rapido come vincitor de’ ludi
Animoso destrier che per l’arena
Fa le ruote volar. Primo lo vide30
Precipitoso correre pel campo
Príamo, e da lungi folgorar, siccome
L’astro che cane d’Orïon s’appella,
E precorre l’Autunno: scintillanti
Fra numerose stelle in densa notte35
Manda i suoi raggi; splendissim’astro,
Ma luttuoso e di cocenti morbi
Ai miseri mortali apportatore.
Tal del volante eroe sul vasto petto
Splendean l’armi. Ululava, e colle mani40
Alto levate si battea la fronte
Il buon vecchio, e chiamava a tutta voce
L’amato figlio supplicando: e questi
Fermo innanzi alle porte altro non ode
Che il desío di pugnar col suo nemico.45
Allor le palme il misero gli stese,
E questi profferì pietosi accenti: