Pagina:Iliade (Monti).djvu/628

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v.48 libro ventesimoquarto 295

Vittime elette ei sempre? Ed or che fiera
Morte lo spense, che furor s’è questo
Di non renderne il corpo alla consorte,50
Alla madre, al figliuolo, al genitore,
Al popol tutto, acciò che tosto ei s’abbia
L’onor del rogo e della tomba? E tante
Onte a qual fine? Per servir d’Achille
Alle furie; d’Achille a cui nel seno55
Nè amor del giusto nè pietà s’alberga,
Ma cuor selvaggio di lïon che spinto
Dall’ardir, dalla forza e dalla fame
Il gregge assalta a procacciarsi il cibo.
Tale il Pelíde gittò via dal petto60
Ogni senso pietoso, e quel pudore
Che l’uom castiga co’ rimorsi e il giova.
Perde taluno ancor più cari oggetti,
Il fratello od il figlio. E nondimeno,
Finito il pianto, al suo dolor dà tregua;65
Chè nell’uom pose il Fato alma soffrente.
Ma non sazio costui della già spenta
Vita d’Ettorre, al carro il lega, e morto
Pur dintorno alla tomba lo strascina
Dell’amico. Non è questo per lui70
Nè utile nè bello: e badi il crudo
Che, quantunque sì prode, egli le nostre
Ire non desti infurïando e tanta
Onta facendo a un’insensibil terra.
   Tacque: e irata Giunon così rispose:75
Se d’Ettore e d’Achille a una bilancia
L’onor dee porsi, e così piace ai numi,
S’adémpia, o re dell’arco, il tuo discorso.
Ma di padre mortale Ettore è figlio,
E mortal poppa l’allattò. Divino80
Germe è il Pelíde, ed io nudría la Diva