Pagina:Iliade (Romagnoli) I.djvu/176

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649-678 CANTO V 121

né le puledre gli die’ che promise perch’egli venisse.
Ma io dico che qui la livida Parca e la Morte
per mano mia t’aspetta, che, ucciso da me, tu darai
a me la gloria, ad Orco dai negri puledri lo spirto».
     Disse cosí Sarpèdone. E l’asta di frassino l’altro
levò: le lunghe lancie partir dalle mani ad un colpo.
Sarpèdone colpí Tlepòlemo a mezzo del collo,
e la dogliosa punta fuor fuori passò: tenebrosa
notte discese a lui sugli occhi, e l’avvolse. Colpito
anche Sarpèdone fu dall’asta, alla coscia sinistra:
attraversata l’aveva la punta bramosa di sangue,
s’era confítta nell’osso; ma Giove lo volle ancor salvo.
     E i fidi suoi compagni, Sarpèdone simile ai Numi
trassero fuor dalla zuffa. La lancia che seco traeva
l’affaticava: ché niuno pur ebbe pensiero d’estrargli
l’asta di frassino fuor della coscia, si ch’ei camminasse,
tanta era la lor fretta, tanto era il travaglio e l’affanno.
Gli Achei dall’altra parte cercava Tlepòlemo, lungi
dalla battaglia. Ed ecco, Ulisse divino lo vide,
anima salda, tenace; e il cuor tutto gli arse di furia.
E poi, restò fra due, nel cuore e nell’anima, incerto
se prima egli di Giove tonante inseguisse il figliuolo,
o se la vita prima togliesse a molti altri dei Lici.
Però, fato non era che Ulisse magnanimo cuore
spenger col ferro acuto dovesse il figliuolo di Giove.
Per questo, Atena contro le turbe dei Lici rivolse
la furia sua. Ciràno qui uccise, ed Alàstore, e Cromio,
Alio, Noèmone, Prítani, Alcandro. E molti altri dei Lici
avrebbe qui trafitti la forza divina d’Ulisse,
se non l’avesse visto l’eroe dal cimiero ondeggiante,