Pagina:Iliade (Romagnoli) I.djvu/204

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
458-487 CANTO VI 149

e a terra lo posò, che fu tutto un barbaglio di raggi.
Quand’ebbe poi baciato, palleggiato il figlio suo caro,
470tale preghiera a Giove rivolse ed a tutti i Celesti:
«Giove, e voi tutti, o Numi, deh!, fate che tale divenga
questo mio figlio, quale sono io, dei Troiani l’insigne,
forte cosí di membra, sicuro signore di Troia.
E quando ei tornerà dal campo, taluno abbia dire:
475«Questi è piú forte molto del padre!». E, trafitto il nemico,
rechi di sangue intrise le spoglie; e s’allegri la madre».
     Detto cosí, fra le braccia depose alla sposa diletta
il suo bambolo. Andromaca al seno odoroso lo strinse,
e fra le lagrime rise. E vide lo sposo quel riso,
480e si commosse, e a farle carezza distese la mano:
«O poverina! — le disse — non stare ad affliggerti troppo:
ché contro il fato nessuno potrà giú nell’Ade piombarmi:
ché la sua sorte, ti dico, nessuno degli uomini schiva,
né buono, né malvagio, come essa per lui sopraggiunga.
485Via, dunque, adesso, a casa ritorna, ed all’opere attendi,
alla tua rocca, al telaio, partisci comandi alle ancelle,
ch’esse lavorino. E gli uomini, quanti ne nacquero in Ilio,
— io piú che tutti gli altri — dovranno pensare alla guerra».
     Detto cosí, raccolse dal suolo il crinito cimiero
490Ettore; e verso casa moveva la sposa diletta,
spesso volgendosi addietro, versando amarissimo pianto.
Subito, quindi alla grande magione d’Ettore giunse,
d’Ettore, sterminatore di genti; e trovò molte ancelle
quivi raccolte, che tutte levaron, vedendola, un pianto.
495Ettore, vivo ancora, piangevano nella sua casa,
ché non avevano piú speranza che vivo tornasse
dalla battaglia, e alle mani sfuggisse e al furor degli Achivi.