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214 ILIADE 559-588

avea, come alcïone che sempre si lagna, gemuto
quando rapita Febo l’aveva, che lungi saetta.
Dunque, vicino a lei, Meleagro smaltiva il suo cruccio,
perché la morte ad esso aveva imprecata sua madre.
Molto la terra altrice percossa ella avea con le mani,
Ade invocando, e la Dea spietata Persèfone, al suolo
su le ginocchia stesa, bagnando di lagrime il grembo,
che desse al figlio suo la morte; e dall’Èrebo, Erinni
l’udí, che il cuor mai placa, che libra fra tenebre il volo.
Ed urla e insiem tumulto sorgevano intorno alle mura,
percossa era la terra. Degli Ètoli allora i vegliardi
lui scongiurâr che uscisse, movesse a difesa: i più santi
ministri a lui dei Numi mandâr, promettendo un gran dono.
Dove eran pingui più di Calídone amabile i campi,
quivi dissero a lui che un terreno scegliesse, il piú bello,
grande cinquanta gíe, metà da piantarci la vite,
l’altra metà nel piano, da semina, d’alberi spoglia.
Molto Enèo lo pregò, vegliardo signor di cavalli,
sopra la soglia stando del talamo bene costrutto,
le ben connesse imposte scotendo, pregando suo figlio:
molto pregâr le sue sorelle, e la madre onorata;
ed egli sempre piú persistea nel rifiuto: i compagni
molto pregaron, quanti migliori ne aveva, e piú cari;
ma non poteron, neppure cosí, far convinto il suo cuore,
sinché non fu percosso di colpi il suo talamo, e ascesi
sopra la torre, i Curèti già davano al fuoco la rocca.
E allor, la sposa bella, gemendo, implorò Meleagro,
e ad uno ad uno tutti gli strazi gli espose, che quando
cade espugnata una rocca, s’abbattono sopra le genti:
cadono gli uomini spenti, le fiamme divoran le case.