Pagina:Iliade (Romagnoli) II.djvu/166

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589-615 CANTO XVIII 163

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simile a quella che un di, nell’ampie contrade di Creta,
Dèdalo un giorno apprestò per la bella ricciuta Arianna.
Quivi fanciulli danzavano, e vergini molto bramate’
che l’ Uno all’altra il polso stringevano, presso la palma:
quelle, di vesti cinte sottili, di tuniche questi
bene intessute, nuove, che ancora stillavano d’olio:
aveano cinta quelle di belle corone la fronte,
d’oro pendeano spade a questi dai baltei d’argento.
E questi, ora giravano svelti sui rapidi piedi,
agilemente, come fra mano l’agevole ruota
prova il vasaio, stando seduto, se rapida scorre,
or gli uni verso gli altri correvano, in fila disposti;
e molta turba stava d’intorno all’amabile danza,
ché ne traeva diletto. Fra loro, un cantore divino
stava suonando la cetra. Prendendo le mosse dal canto,
due giocolieri nel mezzo volgevansi come palèi.
Poi, l’Ambidestro, all’orlo estremo del solido scudo,
attorno attorno, finse la possa d’Ocèano grande.
E poi ch’ebbe costrutto lo scudo grande e robusto,
l’usbergo costruí, più lucente del raggio del fuoco,
l’elmetto costruí ben saldo, aderente alle tempie,
istoriato, bello, l’ornò con un aureo cimiero.
Infine, costruí gli schinieri, d’agevole stagno.
Poi ch’ebbe tutte l’armi costrutte l’insigne Ambidestro,
le prese, ed alla madre d’Achille dinanzi le pose.
Ed ella si lanciò dalle cime nevose d’Olimpo,
come sparviere, l’armi recando fulgenti d’ Efesto.