Pagina:Iliade (Romagnoli) II.djvu/41

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
38 ILIADE 79-108


fine alla zuffa. Nel mare spingiamo allor tutte le navi:
che non è scorno sfuggire, sia pure di notte, al malanno».
     Ma bieco lo guardò, Ulisse, cosí gli rispose:
«Quale parola, Atríde, t’uscí dalla chiostra dei denti?
Oh sciagurato, ad altri guerrieri, dovresti, a codardi
essere duce, a noi non già, destinati da Giove
sin da fanciulli, a penare nel duro travaglio di guerra,
sino a vecchiaia, sinché ciascuno di noi cada spento.
Dunque, tu vuoi lasciare la bella città dei Troiani,
per cui tanta fatica, per cui tanto pianto si volse?
Taci; ché nessun altro dei Dànai questa parola
oda, che mai non dovrebbe uscir dalla bocca d’un uomo
che discernesse bene fra sé ciò che dire è opportuno,
che fosse re di scettro, a cui tanta gente obbedisse
quanta è quella a cui tu comandi, signor degli Argivi.
Solo di biasimo degno mi par ciò che pensi e che dici,
che ci consigli, mentre piú arde la zuffa di guerra,
trarre le navi nel mare, perché dei Troiani la brama
anche più piena riesca, sebbene prevale già tanto,
o sopra noi s’abbatta l’estrema rovina: ché quando
veggano tratte in mare le navi, combatter gli Achivi
piú non vorranno, e a guardare, di pugne oblïosi, staranno,
e il tuo consiglio li avrà perduti, o signore di genti».
     E a lui cosí l’Atríde, signore di popoli, disse:
«Ulisse, in fondo al cuore mi giungi con l’aspra rampogna;
ma io non ho già detto che contro lor voglia gli Achivi
debbano spingere in mare le navi coperte di banchi.
Ora si faccia avanti chi offra un consiglio migliore,
sia pur giovine o vecchio: ché io volentieri l’ udrei».
     E allor disse cosí Diomede, possente guerriero: