Pagina:Ioannes Baptista a Vico - Opera latina tomus I - Mediolani, 1835.djvu/120

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in primum librum De Antiquissima Italorum Sapientia, etc., quae in Ephemeride vulgo Giornale de' Letterati d'Italia (Tom. V, Art. VI. Venetiis, 1711) inveniuntur.


Fine principale di questo dotto Signore si è il dare a conoscere quale sia stata la filosofia degli antichi popoli dell’Italia; e perchè ciò non si può dimostrare da’ loro libri, non essendone veruno giunto a noi, donde apprendere ciò si possa, promette egli d’andarlo raccogliendo dall'origine e dal significato di varj vocaboli della latina favella. Imperciocchè (dice egli nel Proemio, pag. 49) postomi a considerar l’origini della lingua latina, molte voci io v'osservai così dotte, che certamente dall'uso del volgo essere provenute non possono, ma più tosto da qualche dottrina intrinseca a quella nazione che le usava: non essendo inverisimile che arricchito sia un linguaggio di maniere filosofiche di dire, ogni qual volta molto siavi in uso la filosofia. Quindi è, conchiude, che gli antichi Romani essendo stati affatto d'ogni scienza sforniti infino a’ tempi di Pirro, e per altro senza intenderne la forza del significato essendosi serviti di vocaboli pregni di filosofici sentimenti, egli è d’uopo che altronde dalle circonvicine nazioni abbianli appresi; e questi furono, quinci quelli che professavano l’italica filosofia colà trapiantatavi insino dall’Ionia, e quindi i vecchi Toscani, i quali esso pruova essere stati molto dotti in ogni sorta di scienza, e principalmente nella Teologia. Anzi è fuor d'ogni dubbio che da questi ricevettero i Romani, non che le cose spettanti alla religion degli Dei, ma ancora la favella e le frasi usate da’ pontefici nelle sacre ceremonie.

Divide egli questa sua opera filosofica in tre libri, cioè a dire, in Metafisica, in Fisica e in Morale. In questo primo libro, ovvero di Metafisica, intitolato al sapientissimo signore Paolmattia Doria, prendesi a trattar di quelle maniere di favellare, dalle quali conghietturar possiamo quali fossero l’opinioni degli antichi sapienti dell’Italia intorno al primo Vero, al sommo Dio e alle menti umane. E lo divide in otto capitoli, confessando di essere stato stimolato a porvi mano da tre suoi dottissimi amici, li signori Agostino Ariano, Giacinto di Cristoforo e Nicolò Galizia.

Primieramente egli afferma (pag. 52), appo i Latini questi due vocaboli Verum e Factum, essere termini convertibili; il verbo intelligere significare il medesimo che leggere perfettamente e conoscere con evidenza; e ’l verbo cogitare, significar ciò che noi volgarmente diciamo pensare e andar raccogliendo. E però e’ conghiettura essere stata opinione degl’italiani antichi sapienti, in Dio essere il primo Vero, e infinito, e perfettissimo, essendo lui e il primo facitore, e il facitore di tutte