Pagina:Isernia - Istoria di Benevento I.djvu/29

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loento o Maloenton e anche di Malies, e in seguito questo nome sarebbe stato in arcaico latino mutato in Malventum, finchè a questo con migliori auspicii fu dai romani sostituito Beneventum. La causa di questo finale mutamento non è ben chiara nell’istoria, e se ne assegnano ragioni diverse. Secondo Plinio «Coloniam Beneventum, auspicatius mutato nomine, quae quondam appellata Malventum». E Festo con maggiore chiarezza scriveva «Beneventum, cum colonia deduceretur, appellari coeptum esse melioris ominis causa cum eam urbem Graeci incolentes ante Maleventum appellarent». E altri scrittori aggiungono che la nostra città fu appellata Malvento per la perdita di 30 mila Sanniti caduti sotto l’armi romane l’anno del mondo 3612 e 440 dopo Roma; ma che poi fu detta Benevento allorchè divenne amica ed alleata dei Romani, i quali vi condussero una colonia, e propriamente quando sotto le sue mura fu sconfitto il celebre Pirro re dell’Epiro.

Ma non debbo qui omettere che lo stesso Garrucci, il quale nella prima edizione del suo discorso sulla via Appia nel territorio beneventano non tenne per infondata la tradizione di Diomede, riproducendo poi quello scritto nel recentissimo suo lavoro che s’intitola: Le antiche iscrizioni di Benevento, soppresse quel brano, e imprese a sostenere che Benevento fu edificata dagli Oschi. Ed è pure a considerare che la stessa tradizione di Diomede non toglieva all’intutto che Benevento fosse stata in origine città Osca; imperocchè si riteneva comunemente che Diomede avesse solo dilatata, o tutto al più ricostruita la città di Benevento, la quale era stata assai prima diroccata e pressochè distrutta. E siffatta opinione fu seguita anche dagli scrittori patrii, i quali non solo posero cura a indagare su tale argomento le varie opinioni degli antichi scrittori, e le più lontane tradizioni locali, ma studiarono pure gli avanzi dei nostri più antichi monumenti.1

  1. In tanta incertezza sull’origine di Benevento, chi crederebbe che un distinto cronista locale, Mario della Vipera, facendo buon viso a quanto ne scrisse un tal Giacomo de Filippo nel terzo libro d’una sua