Pagina:Isernia - Istoria di Benevento I.djvu/64

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CAPITOLO VIII.


I due consoli che alle forche caudine soggiacquero a tanta ignominia, e si resero mallevadori della pace, non osarono per qualche tempo mostrarsi al popolo Romano, e non tardò molto che in lor luogo furono nominati consoli Quinto Pubblilio Filone e Papirio Cursore. Costoro non appena ebbero il potere si proposero di deliberare intorno alla pace caudina. E, senza lungo contendere, i senatori opinarono che si annullasse il trattato, sotto colore che non vi prese parte il popolo Romano, e che si annuisse al parere di Postumio, il quale, non ricusando di sacrificare se stesso all’utile, o, a meglio dire, alla boria di Roma, consigliava che, a non mantenere i patti, si consegnassero ai nemici i consoli che li aveano giurato. Allora Lucio Livio e Quinto Melio, tribuni della plebe, il cui nome merita per questo fatto di essere tramandato ai più lontani avvenire, insorsero contro una tale risoluzione, affermando che non poteano i Romani sciogliersi dalla religione del giuramento, senza rimettere le cose nei termini in che erano alle forche caudine. Essi sostennero con calore la causa del dovere e del giusto; ma prevalse l’avviso contrario, e non mancarono ai violatori della pubblica fede speciosi pretesti per escusarsi di non seguire il consiglio più generoso.

II Mommsen prese a dimostrare che essendo stati indotti i consoli Veturio e Postumio dalla necessità ad accettare la convenzione proposta dai Sanniti, essa per la mancanza di libero consenso nei contraenti, i quali furono vittima d’una frode, era nulla, e non poteva obbligare i consoli a mallevarne l’adempimento. Ma io rispondo al Mommsen: era sì giusta e necessaria la guerra, che per avidità di conquista i Romani mossero ai Sanniti, da romper fede a un trattato, pel quale eransi sottratti all’eccidio due eserciti Romani, e che era stato ultimato secondo l’usanza di Roma con un solenne giuramento? o non era forse lecito ai San-