Pagina:Isernia - Istoria di Benevento II.djvu/164

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

– 155 –

lità di Calisto III in favore del suo nepote non produsse alcun effetto, in quanto che la terre di Roma donate a Ludovico non gli furono mai cedute dalla potente famiglia da Vico che ne avea tolto il possesso, e tra non molto le città di Benevento e di Terracina caddero in potere, per la morte di Alfonso, del suo figliuolo Ferdinando. Calisto grandemente adontato da ciò, era in procinto di romper guerra a Ferdinando di Aragona, ma essendo venuto a morte poco dopo, il suo successore Enea Silvio Piccolomini, che prese il nome di Pio II, vedendo di assai buon occhio la casa di Aragona, assentì di buon grado a un trattato con Ferdinando, col quale questi promise di restituire al papa la città di Benevento, dopo di che ricevette l’investitura del regno dì Sicilia, e di tutta la terra di quà dal Faro.

Senonchè avendo Pio II nel 1459 spedito in Benevento Pietro Arcangeli da Urbino a prenderne il possesso, questi non potè venirne a capo, per trovarsi ancora nella rocca un presidio di soldati del re. Ma indignato il pontefice da un tal fatto, volse a Ferdinando sì acerbe rampogne, che questi credè bene di non frapporre più alcun ostacolo alla consegna della città all’Arcangeli, il quale, con un breve spedito da Firenze nel 5 maggio 1459, fu nominato dal papa, rettore o, dirò meglio, governadore di Benevento, come da quel tempo in poi si dissero tutti coloro che furono proposti al governo di questa città. E poi con altra bolla lo stesso pontefice confermò ai cittadini tutti gli estesissimi privilegi, di che godeva ab antico la città, ed emanò savie leggi riguardanti l’equa amministrazione della giustizia e altre cose di gran momento.

Ma non trascorse assai tempo che Benevento incorse di nuovo nel pericolo di mutar signoria, poiché Marino Marzano principe di Rossano e duca di Sessa, e altri potenti baroni invitarono a entrare nel regno Giovanni duca d’Angiò, figliuolo di Renato, col saldo proponimento di togliere il reame di Napoli a Ferdinando e farne dono all’Angioino. E Giacomo della Ratta, arcivescovo di Benevento, proseguendo a infingersi amico del re Ferdinando, divisò d’introdurre celata-