Pagina:Ispirazioni di Ida Baccini.djvu/16

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Egli indovinò ciò ch’io non seppi celargli abbastanza, e ingannò se stesso e me col mormorarmi parole fatalissime e dolci.... Ingannò se stesso poichè chiamò amore ciò che non era che un sentimento di pietà ingentilito dal suo bell’animo, ingannò me, perchè mi fece creder per un giorno ad una felicità impossibile....

Io vidi realizzalo in lui l’uomo dei miei sogni — la creazione della mia fantasia. Alle sue virtù e pubbliche e private sacrai un culto dell’anima, e se talvolta mi sentii capace di comprendere il bello della poesia e dell’arte, fu sotto la invocazione del suo nome!

Oh quante volte nelle liete sere d’estate, appoggiata al braccio di mia madre, passeggiavo lentamente la via che conduce alla sua Villa e che tante volte era calpestata dal suo celere carrozzino...! Il silenzio quasi amoroso della natura, e quei luoghi che mi parlavano di lui, oh come mi spingevano ad amarlo, e nell’amarlo, oh come mi sentivo migliore e buona!... Lieti giorni erano quelli, in cui l’amore, scevro di colpa, mi rendeva capace dei più santi e virtuosi proponimenti....

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Ed ora, ed ora che tutto lo divide da me, dovrò io forse veder profanato questo divino sentimento da un’attributo colpevole? Dovrò io vedere offuscata la sua purezza da un degradante sospetto? Mai — Io devo soffocar questo amore nel breve corso della vita terrena, onde renderlo degno che l’Increata virtù lo eterni per sempre in ciel!

Dio mio! assistimi nell’arduo proposto!» —