Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/13

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prefazione ix

alla società cittadina offrirsi pascolo quotidiano di sozzure, di delitti, di viltà, e ogni tratto il dramma scandaloso delle discussioni criminali spiegare agli occhi del popolo i viluppi di anime ribalde, le soppiatterie dell’avido, le lubricità della galante, la sfrontatezza del depravato, i sofismi del reo o degli avvocati a scagionare il delinquente, a trovare scuse alla malvagità fin col negare il libero arbitrio e la forza di superare i materiali istinti.

E queste corruttrici biografie sono particolareggiate in fogli che tutti leggono, anche donne e giovinetti; e vedemmo, non che i giornali creati apposta per contaminare, ma città e provincie prender vivo interesse a un Boggia, a un Troppmann, a una Lafarge.

Sarebbe troppa ingenuità il lusingarsi che altrettanta prurigine possa eccitare la vita d’uomini o virtuosi e valenti, o colpevoli non vulgari; ma almeno si sappia, si ricordi che esistettero, che la civiltà non si riduce solo a cotone, carbon fossile e cannoni, nè tutto il mondo a mercatanti e a mimi, ma che l’umanità pur ha di che gloriarsi, se tanto ha di che vergognarsi. Qual nobile piacere il conversare con anime elevate, il vederle rivelarsi negli scritti e nelle azioni, e riconoscervi ciò che noi stessi provammo, soffrimmo, godemmo, vorremmo, ciò che in noi pure o si compì o si iniziò!

Gli spiriti delicati ne restano presi da una meditabonda melanconia, siccome all’aspetto delle ruine di Roma, pur confortati dal sapere che la tomba racchiude il rinascimento, come le tenebre l’aurora.

I dotti sottilizzano a unificare accidenti, a trovare analogie e disparità, a spiegare anomalie, a riconoscere l’influenza dei tempi, delle opinioni, del carattere, del temperamento, dell’educazione.

I savj dilettansi alla pietà pratica, all’imperio della coscienza,