Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/233

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cristoforo colombo 213

Darien troverebbe uno stretto, pel quale passare ne’ mari orientali; lo che sviollo da visitare il Messico, che avrebbe di nuova gloria irradiato i suoi giorni.

Abbandona alfine quella costa funesta per tornare in Europa. — Io partii in nome della santissima Trinità, la notte di pasqua, con due legni soli, fracidi, tarlati, e più bucherati che non un favo di miele, scarso di provvigioni, per traversare duemila leghe di mare, o morire tra via con mio figlio, mio fratello e tanta brava gente. Coloro che costumano di censurare e far rimproveri, stiano ora a cianciare laggiù ad agio loro, e dire: Perchè non far così e così? Avrei voluto che fossero stati in quel viaggio».

La Spagna lo rivide ancora, povero ed oppresso di malori: violenti accessi di gotta e l’oftalmia erano i soli frutti ch’egli avesse côlti dal suo zelo per la gloria dei re. Lo scopo suo di aprir un passaggio alle Indie era dileguato; e sebbene più che nei precedenti viaggi avesse mostrato abilità di marinaro e forza d’eroe, non acquistò i plausi popolari, nè altro che sconoscenza e miseria. Fraudato dei diritti promessigli, dopo aver anticipato denaro a quelli che l’accompagnarono nel quarto viaggio; obbligato a tenersi in decoro come grand’ammiraglio e vicerè, trovavasi ridotto a viver di prestito.

Isabella sua protettrice era defunta; Fernando, dopo replicate istanze, gli permise di venirlo a trovare a cavallo, giacchè su mulo non poteva, e lo accolse con agghiacciate proteste di stima e benemerenza. Per verità le primitive promesse fatte dalla Corte di Spagna a Colombo attestano che non si credeva alle sue scoperte, giacchè gli si concedeva poco meno che la sovranità; e troppo assurde sono le cariche ereditarie, e massime una sì importante. Ma invece di riflettere prima di promettere, Fernando, sol dopo veduta l’immensità della conquista, ingrato a colui che più non gli era necessario, indugiò sempre a consentirgli il titolo di vicerè. Intanto Colombo giaceva nella miseria, eclissato da nuovi e più fortunati scopritori, quali Vespuccio, Cortes, Pizarro, e dallo aprirsi delle miniere, che fecero di colpo triplicare il prezzo delle granaglie e alterar tutti i valori nominali. S’aggiungeva l’amarezza di veder quanto soffrissero gl’Indiani della Ispaniola, che dovea guardare come sue creature. — Essi sono tuttora la vera ricchezza dell’isola; essi coltivano la terra e preparano il pane ai Cristiani, scavano le miniere dell’oro e soffrono ogni fatica, lavorando come uomini e come bestie da soma. Dacchè