Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/250

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230 illustri italiani

torige (50 av. C.); e colla prontezza che previene il riparo, piomba sui divisi popoli Galli e li sconfigge. In dieci anni l’eroica Gallia restò soggiogata: molti abbandonarono la patria, cercando terre ove almeno non vedessero i Romani; mille ottocento piazze prese, trecento popolazioni dome, tre milioni di vinti, di cui un milione morti e altrettanti prigionieri1 formarono il vanto di Cesare.

A chi avesse chiesto per mano di chi dovea Roma cadere, sanasi risposto, dei Galli; essi che altra volta l’aveano presa, poi distrutti gli Umbri, fiaccati gli Etruschi, occupata l’Italia settentrionale. Bisognava dunque abbatterli; e Cesare lo fece, con ciò ritardando di quattro secoli la grande invasione, e lasciando così tempo alla civiltà di maturarsi col cristianesimo prima di diffondersi a tutto il mondo.

Industriandosi a sanar le piaghe del paese, egli percorse le città, mostrandosi umano, lasciando leggi adatte; non confische, non proscrizioni, non colonie militari peggiorarono la sorte dei vinti; l’imposta di quaranta milioni di sesterzj fu palliata col titolo di stipendio militare; e la nuova provincia della Gallia comata ottenne prerogative sopra la togata. Il proconsole evitava quanto potesse offender uomini irascibili per indole e pei dispetti soliti dopo recenti sconfìtte; trovata sospesa in un tempio la sua spada, ch’eragli caduta in battaglia nella Sequania, sorrise, e — Lasciatela; è sacra»; la legione de’ Galli veterani, che sul caschetto portavano l’allodola simbolo di vigilanza, pareggiò alle romane in equipaggio, soldo e prerogative; arrolò ausiliarj delle varie armi in cui i Galli prevalevano; forze ch’egli sottraeva a’ suoi rivali ed alla patria per farsene ostaggi di sicurezza e stromenti a nuove imprese. Abbattè i Galli, ma li menò a vendicarsi di Roma, poi gli ammise tra i figli di questa.

Imperocchè l’esercito, come succede nelle lunghe spedizioni, erasi affezionato a colui che lo guidava alla vittoria, e poteva dirsi non della repubblica, ma di Cesare, il quale ormai più spigliato procedeva nelle sue ambizioni. Già a Roma grandeggiava per la sua assenza, pel vago di quelle guerre lontane, che lasciava l’immaginazione esagerare i pericoli e le vittorie sopra quella gente ch’era venuta altre volte sino ai piedi della rupe Tarpea; che se a Camillo e Mario tanta lode era derivata dall’averli respinti, che dire di Cesare, il quale mosse a cercarli e li soggiogò?

  1. Plutarco in Cesare, 13.