Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/327

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trovata spinta in un abisso, ove la piazza pubblica diveniva campo alle lotte delle fazioni e ai supplizj; i confini restarono invasi dallo straniero; vile, beni, culto furono preda di pochi scellerati; la coalizione rinnovata fra la Russia, l’Austria, l’Inghilterra, le Due Sicilie, mostrava che gli eserciti repubblicani non erano invincibili; nell’Italia, sobbalzata da partiti e malmenata dalla prepotenza militare e dagli intriganti, non rimaneano ormai alla Francia che Ancona e Genova assediate. Più si soffriva, più s’invocava il lontano Buonaparte, e ripeteasi volerci, non costituzioni e arzigogoli parlamentari, ma una testa e una spada.

A Buonaparte giungeano in Africa queste voci allorchè la fortuna parea averlo abbandonato; e mal riuscito nell’alto Egitto, attorno ad Acri consumava tempo e forze, bersagliato dagli Inglesi e dalla peste. Con uno di que’ colpi che solo l’esito giustifica, abbandona tutto, e con pochi prodi traversa a gran rischio il Mediterraneo, e sbarca a Frèjus (9 ottobre 1799), violando fin le leggi sanitarie. Quanto più temerario, più incanta il popolo, che esclama al miracolo; ed egli va offrire al Direttorio la spada, che giura non isnudare se non a difesa della repubblica.

L’incognito è sempre la fiducia de’ popoli malcontenti. E come a Buonaparte attribuivasi ogni vanto, così in Buonaparte metteasi ogni speranza: i Bruti confidavano per suo mezzo ripigliare il sopravvento, salvo a uccider poi Cesare; i moderati promettevansi che egli, forte, rimetterebbe l’ordine; i realisti lusingavansi ripristinerebbe la dinastia; gli intriganti speravano pescar nel nuovo torbido; tutti i soffrenti attendevano da lui la fine dei mali; chè come tale suol guardarsi il cambiar di mali. Nessuno aveva un piano: Buonaparte solo era fisso nell’ingrandir sè stesso, ajutato dalla fortuna, dall’arte di conoscere l’opportunità, e dal non iscrupoleggiare sui mezzi. Si fa amici ne’ soldati e negli impiegati; come suole il genio, trascina i mediocri, e un bel giorno (18 brumale, 10 novembre) entra nel Corpo Legislativo, e mentre i Cinquecento gli urlano al dittatore, al Cesare, al Cromwell, e impugnano stili per trafiggerlo, egli intima loro di voler salva la repubblica, cinto da’ suoi fratelli d’armi, e accompagnato dal dio della fortuna e dal dio della guerra; e accusandoli che tentino assassinarlo, fa dalle bajonette de’ suoi sgombrare la sala. Queste insurrezioni del potere contro la moltitudine, fra tante della moltitudine contro il potere, sogliono condannarsi dai libe-

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